Oggi scrivo di un argomento che per molti è ancora tabù nonostante siamo nel 2010:
La Morte.
Abbiamo paura di questa cosa così sconosciuta che evitiamo di parlarne. Mi ricordo che quando ero bambino, nella spensieratezza dei miei 5 anni, chiesi a mia nonna cosa succedesse ad una persona dopo che fosse morta; fui liquidato velocemente con la tipica risposta data ai bambini: Si va in cielo. Be come tutti i bambini ad una risposta segue subito un’altra domanda; e cosa si fa in cielo? La nonna si spanzienti presto dicendomi che non erano cose per bambini.
La paura ci attanaglia al solo pensiero della morte, al solo pensare di lasciare questa merivigliosa vita, i nostri cari, le nostre cose, i nostri soldi in banca e tutto ciò che più ci gratifica. Da un punto di vista psicologico potremmo affermare che ci fa paura tutto ciò che non conosciamo, un atteggiamento insito nell’uomo, che viene fuori quando dobbiamo affrontare qualcosa di nuovo; un cambiamento o una decisione, nelle piccole e grandi cose della vita. La morte per moltissimi di noi è qualcosa da cui stare lontano il più possibile, utilizzando i più pittoreschi gesti scaramantici appena un carro funebre vuoto si affianca alla nostra auto o quando ti si avvicina la solita zingara, che guardandoti la mano ti dice che hai la linea della vita corta e tu, con velocità supersonica, corri a toccare ferro o il primo paio di genitali utili. Forse è stata questa paura che fin da ragazzo mi ha portato a fare ricerche sul tema.

La paura di morire era così radicata in me che quando morì un mio carissimo amico non andai neppure al suo funerale, e per il periodo successivo non feci che pensare, con paura, all’argomento. La cosa che più mi terrorizzava era che dopo la morte non ci fosse niente, la paura che ad un certo punto qualcuno o qualcosa pigiasse un interruttore ed il corpo umano si spegnesse per non riaccedersi più, niente più vita, niente più pensieri, niente più ricordi...niente più coscienza. Fu per caso che un giorno in una libreria mi inbattei in un libro di Paola Giovetti dal titolo “Qualcuno è tornato”, un libro dove venivano raccontate le esperienze e le visioni di chi si è affacciato per un attimo alla soglia della morte ed è poi tornato.
Sull’argomento morte ci hanno lucrato in tanti. Se si conosce il punto debole di una persona, la sua fobia, essa potrà essere usata per controllarla e fargli fare quello che vogliamo. La religione, quale essa sia, è stata sempre usata per il controllo delle masse, insinuandosi nelle nostre paure. Il cattolicesimo ha dato ampio respiro all’argomento morte, dando la possibilità attraverso le indulgenze o ampi lasciti, di redimersi dai peccati e guadagnarsi il paradiso pagandolo con moneta sonante. La chiesa cattolica non ha fatto altro che fare leva sulla paura di morire decretando o meno il viaggio all’inferno per i peccati commessi, cosi inventandosi la vendita delle indulgenze ottenevano 2 risultati; il primo quello di controllare le masse, ed il secondo, quello di riempire i propri forzieri. Ancora oggi l’argomento morte all’interno delle chiese cattoliche ha un buon rendimento economico se si pensa ai tanti lasciti decisi sul letto di morte ed alle innumerovoli messe di suffragio da parte dei familari del caro estinto, messe adeguatamente ricompensate. Naturalmente non c’è bisogno di dire che di indulgenze nella Bibbia non ve ne è traccia, e anzi, questa ammonisce la vendita delle messe.

La lettura del libro di Paola Giovetti dal titolo così pieno di speranza mi sprono’ a continuare a cercare in quella direzione, la mia paura di morire e di non essere più niente poteva essere sconfitta solo conoscendo di più l’argomento. Gesù stesso disse “...e conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi.” Ed io volevo essere libero dalla paura.
La mia ricerca su quello che c’èra dopo la morte ad un certo punto si bloccò, non riuscivo ad andare avanti oltre che per la lettura di alcune testimonianze di persone che si erano avventurate per poco in quel mondo sconosciuto accompagnate solo da Caronte. Erano i primi anni 80 e di queste cose la gente non ne parlava e quel che è peggio non esprimeva opinioni ne prendeva posizione. Ogni tanto scoprivo qualcosa che potevo collegare all’argomento, ma guai ad esporre una semplice supposizione, rischiavo di passare per “strano”, forse eretico, o peggio di essere accusato di pazzia. Mi ricordo di un giorno in cui lessi sul giornale che all’esumazione del corpo, all’interno della bara, erano stati ritrovati dei solchi dovuti ad un tentativo del “redivivo” di scavarsi un passaggio con le unghie delle mani. Mi chiesi se era plausibile che qualcuno creduto morto fosse stato seppellito “frettolosamente”, oppure, visto l’inadeguatezza di tecniche di rianimazione dell’epoca, la possibilità di dichiararne la morte con certezza. Scavando, molte altre bare furono trovate con i soliti segni. Fra il seicento ed il settecento la questione assume in Europa i caratteri di un problema sociale, tanto che diventano frequenti le disposizioni testamentarie per imporre la massima precauzione nell’accertamento del decesso. Istruzioni precise e dettagliate su quanto tempo debba passare prima di spostare il corpo dal proprio letto alla bara venivano lasciate ai propri cari o alla servitù, ad esempio quali operazione effettuare per avere una assoluta certezza dell’avvenuta morte; come dare dei colpi di bisturi ai calcagni del cadavere. Venne addirittura istituita “la Conclamatio”, ovvero l’antico uso di chiamare per nome per tre volte ad alta voce il defunto o ritenuto tale, uso diventato protocollo per la chiesa cattolica nel letto di morte di un Papa.

Non solo abbiamo paura della morte, ma anche di chi sappiamo si accingerà a questo involontario viaggio. La cultura della morte nel mondo occidentale è praticamente inesistente, un “morente” spesso è circondato da una moltitudine di persone che aspettano solo che tutto finisca presto per tornare alla propria vita e ai propri interessi, sto pensando a tutti quei malati terminali che ricevono una quantità di visite nettamente superiore a quelle che ricevevano quando erano in salute. Silenzi ed imbarazzanti sussurri fanno eco negli ambienti che ospitano le ultime ore di questo impreparato viaggiatore, chissà se gli ospiti di questa Kermesse si rendono conto che l’imbarazzo è solo per colui che giace sul letto di morte, dispiaciuto per essere al centro dell’attenzione ed aver distolto dai propri interessi, chi gli sta intorno.
La morte viene pensata come la fine di tutte le cose, sia belle che brutte ma così non è.
Ci hanno fatto il lavaggio del cervello per millenni, ci hanno fatto credere che ci sarebbe stata una ricompensa alla fine della nostra vita, ricompensa riscattabile solo nel caso avessimo obbedito a una serie di precetti, leggi divine scritte e rivedute ad uso e consumo della “cricca” di turno.
Seneca scrive: “Pensa sempre alla morte, se non vuoi mai temerla”.
Dal libro “La morte spiegata ai miei figli” scritto da Roberto Fantini cito:
"Il confronto con la morte dovrebbe diventare una fonte di riflessione per far sì che il nostro pensiero si ponga, innanzitutto, il problema del significato, del valore delle scelte che facciamo, chiedendoci quali criteri utilizzare, quali concetti di bene e di male prendere a considerazione, interrogandoci su quali valori e gerarchie di valori adottare, etc. In pratica, il pensiero della morte dovrebbe condurci a prendere consapevolezza del carattere limitato del nostro essere e a far sì che dalla coscienza della nostra finitezza possa scaturire non un vivere cicalone, bensì uno ragionato, capace di conferire diritto di cittadinanza alla sfera del nostro io soltanto a quanto risultato idoneo o, almeno, a sbarrare la porta a tutto quello che ci apparisse non meritevole del nostro assenso, delle nostre attenzioni, del brevissimo tempo che la vita ci dona".
Non dobbiamo più avere paura della morte, il nostro tempo non è relegato a questa dimensione, a questo spazio e a questo tempo. Siamo solo di passaggio in questo mondo utilizzato come “nave scuola”, cerchiamo di fare del nostro meglio per una crescita spirituale ma non religiosa. Il nostro cuore non ha bisogno di un promemoria di quali cose sono giuste e quali sbagliate, noi nasciamo con la consapevolezza di cosa è giusto ed abbiamo ampia libertà di scelta.
Un giorno, uomo o donna, viandante,
dopo, quando non vivrò,
cercate qui, cercatemi
tra pietra e oceano,
alla luce burrascosa
della schiuma.
Qui cercate, cercatemi,
perchè qui tornerò senza dire nulla,
senza voce, senza bocca, puro,
qui tornerò a essere il movimento
dell'acqua, del
suo cuore selvaggio,
starò qui, perso e ritrovato:
qui sarò forse pietra e silenzio.
"Io tornerò" di Pablo Neruda
la morte